PolyAgrinova

La Stampa – Asti

Settore in crisi. L’allevatore astigiano: “Colpa delclima stravolto”

Per le api è un’emergenza“Dobbiamo sfamarlecon uno sciroppo”

La crisi climatica ca- povolge i ruoli e so- no gli esseri umani a doversi occuparedel nutrimento delle api.Un paradosso drammatico che sta mettendo a dura prova i quasi 800 apicoltori dell’Astigiano,chiamati a gestire circa20 mila arnie in un territorio in forte sofferenza.A lanciare l’allarme è Paulin Takumbo, apicoltorecamerunense e fondatoredi PolyAgriNova a Camerano Casasco (Asti): «Siamo diventati noi i nutrizionisti delle nostre api».

Le temperature anomalehanno infatti sfasato i ritmi della flora locale.«Il clima stravolto haanticipato le fioriture dioltre un mese e le api hanno terminato ogni scortacibo; in totale assenza dinettare e polline nei campi, stiamo provvedendonoi con gli sciroppi pergarantire loro il nutrimento essenziale». Sequesti insostituibili insetti non trovano fiori, lamorte per inedia è un rischio imminente, ma il danno peggiore si manifesterà la prossima stagione quando l’assenza di impollinazione comprometterà irrimediabilmente lariproduzione vegetale. Inquesto scenario critico,la contrazione nella produzione di miele rischiaperfino di sembrare undettaglio secondario.I dati del settore descrivono tuttavia una crisiprofonda. Takumbo, chegestisce 300 arnie da miele, 200 da riproduzione e100 per le regine, tracciaun bilancio con il passato:«Fino a dieci anni fa la resa media era di 18 chilogrammi di miele d’acaciaper arnia, mentre oggi festeggiamo quando riusciamo ad arrivare a dieci».

Il trend negativo colpisce duro tutte le tipologiefloreali: «La produzionedel miele di castagno ècrollata del 30% rispettoalla scorsa stagione e, nonostante abbia spostato itelai in alta quota, quest’anno non sono riuscito a smielare il rododendroperché le fioriture montane non sono mai partite».A complicare ulteriormente il quadro c’è la collisione temporale tra il meteoe le terapie per la salutedegli alveari: «Il caldo precoce si è scontrato con itrattamenti obbligatoricontro le patologie delleapi; se l’anno passato dopo le cure c’era ancoratempo per la raccolta, oraquella finestra temporaleè del tutto scomparsa».Neppure la decisione solidale di molti apicoltoridi rinunciare al raccolto lasciando il miele negli alveari è bastata a garantirela sopravvivenza deglisciami, rendendo indispensabili i soccorsi artificiali: «Siamo costretti adaiutarle con sciroppi zuccherini o impasti di zucchero a velo e miele vecchio, in modo che le api possano crearsi le scorte vitali in mancanza di fiori».

Già lo scorso inverno leapi astigiane avevano rischiato grosso a causa diun’improvvisa moria sucui ancora oggi l’Università di Torino sta cercando di fare luce. Un’epidemia che ha causato la perdita di circa il 50% dellearnie, con punte del 70%.Tra i principali indiziatici sono i trattamenti usatiin agricoltura.«Si pensa che la causapotesse essere l’inquinamento della cera, ma è ancora soltanto un’ipotesi»,aggiunge il produttore:«Abbiamo trovato le arnie vuote.

A me è capitato, su un terreno dove ne avevo 60, di non trovarnepiù 15». L’attenzione degli studiosi si era concentrata sulle sostanze chimiche irrorate sui raccolti.«Gli esperti pensanoche un qualche principioattivo sia stato spruzzatosulle coltivazioni andando a inquinare la cera dove vivono le api, causandone la morte. Ma restauna congettura, ancheperché le soglie di leggeper i pesticidi, cioè la dose letale, vengono spessodettate dalle stesse aziende produttrici». Una cosaè certa. La nuova emergenza climatica si vaquindi ad aggiungere auna situazione già criticaper il comparto della provincia astigiana. La crisidiventa strutturale.L’analisi finale lasciaben poco spazio all’ottimismo: «Siamo ormai arrivati al punto di non ritorno in cui neppure i ristori finanziari potrannosalvare le api».

 

A mettere il miele nei vasetti ci pensano le api. No, l’intelligenza artificiale non c’entra. Basta un po’ di astuzia e la natura fa il resto.

Il merito di questa innovazione è di Paulin Takumbo, detto Tak, apicoltore di Camerano Casasco. Per questa sua innovazione ha vinto il premio Oscar Green 2024 «Radici per il futuro», Giovani Impresa Piemonte e Valle d’Aosta. Gli è stato consegnato al Forte di Bard per il suo impegno nel biologico coniugato alla didattica e all’ambiente.

Sorpreso? «Non ho fatto nulla di speciale – dice – ho semplicemente posizionato i vasetti vuoti nel posto giusto». Cioè, nel melario. Tak, alleva le sue api nelle cosiddette arnie “razionali”, parallelepipedi di legno in cui gli insetti costruiscono il loro nido. Quando i favi dell’arnia sono pieni di miele, gli apicoltori gli mettono sopra un melario, una piccola arnia in miniatura, per contenere il prodotto in eccesso. Quello è il miele che viene poi consumato dall’uomo. Al posto del melari, Tak ha pensato bene di metterci i vasetti vuoti. E li raccoglie pieni. «Cerco di interferire il meno possibile con il lavoro delle api – spiega Tak – loro sanno già tutto: non siamo noi, ma loro, le massime esperte mondiali nella produzione di miele, noi possiamo solo imparare».

 
PUBBLICITÀ

Il lavoro di Tak non è produrre il miele ma vivere a stretto contatto con questi strani e sorprendenti insetti. Il miele, il propoli, la cera, il polline o la pappa reale sono solo delle conseguenze della sua attività principale. Una passione che nasce tanto tempo fa in un luogo lontano. «Mio padre allevava api in Camerun – dice Takumbo – ma con il metodo africano e non con l’arnia razionale». In Africa, le api vengono allevate in un vaso o in una sorta di tronco cavo tagliato a metà e la raccolta del miele avviene «spremendo» il favo. «Ero goloso – ricorda Tak – spesso rubavo un pezzo di favo e succhiavo il miele, ma dentro c’erano ancora api e mi pungevano la lingua». Dalla lingua gonfia di un bambino nasce la curiosità, sopita per lunghi anni, di capire come funzionasse il misterioso mondo delle api.

«Sono venuto in Italia nel 2008 – ricorda Paulin – volevo fare l’accademia delle Belle Arti ma non avevo i soldi necessari». Ripiega allora su Scienze Forestali, all’Università di Torino. Tak, studia, si laurea e mette su un apiario. Poi un altro ancora, adesso sono 250 le “famiglie” che alleva. Si sposa e nascono due figli che ora hanno 6 e 4 anni. Non dimentica l’Africa e crea un ponte che da Camerano Casasco arriva fino in Camerun.

«In questo momento faccio lezioni on line a un gruppo di sei ragazzi che vivono nelle pianure centrali – spiega Tak – uno di loro era stato con me in Italia, aveva frequentato ingegneria ma poi ha preferito tornare nella sua terra». Le api africane sono più piccole di quelle europee e Tak aveva progettato arnie con distanze studiate al millimetro, perché le api non lasciano nulla al caso, e non deve farlo neanche chi si occupa di loro. Adesso quelle “casette” vengono utilizzate dagli apicoltori camerunensi.

Shopping cart close